L'eccidio dimenticato dalla storia
Molti autori ritengono invece che il vero obiettivo fosse proprio Otranto in quanto meno difesa e dall’esercito e dalle proprie mura, meno raggiungibile da eventuali rinforzi da Napoli oltre che per la considerazione che pare poco verosimile l’ipotesi di venti contrari, sia per il periodo, sia per il fatto che la flotta giunse in maniera compatta a Otranto e non dispersa per difficoltà meteomarine.
Le truppe sbarcarono a nord di Otranto in una zona chiamata Frassanito (anche una spiaggia ha poi preso il nome in ricordo dell’evento: Baia dei Turchi) e subito si diedero al saccheggio dei Casali circostanti creandosi una zona di sicurezza. Mossero quindi verso la città ove fecero razzia del borgo poco fuori le mura.
Secondo alcuni autori Otranto all’epoca contava 22.000 abitanti ma altre fonti più accreditate parlano invece di 6.000 Otrantini. La città era dedita all’agricoltura e ad alla pesca ed in parte ai traffici che passavano per il porto.
I tempi dei fasti legati alla seconda dominazione Bizantina erano ormai passati. Otranto infatti era stata per secoli un vivace centro economico e culturale oltre che il fiore all’occhiello del militarismo di Bisanzio. Nella città e nelle campagne rifiorirono infatti le arti e le lettere ed il principale centro di irradiazione culturale fu il Monastero Basiliano di San Nicola di Casole che costituiva una vera e propria università fornita di una biblioteca vastissima, la più grande del mezzogiorno, ed uno scriptorium per la copiatura dei testi in greco e latino. La caduta dell’Impero Bizantino aveva fatto passare Otranto improvvisamente da centro e ponte con l’oriente ad estrema periferia d’Europa.
Al comando delle truppe turche vi era Achmet Pascià già noto per la sua crudeltà ed efferatezza. Mandò un emissario chiedendo la resa della città ponendo condizioni piuttosto vantaggiose. Il consiglio dei vecchi rifiutò le richieste turche e mandò un emissario al Re di Napoli per informarlo sul pericolo incombente sulla città e sul suo Regno chiedendo un pronto intervento che invece non arriverà mai.
All’incalzare degli eventi molti dei soldati posti a presidio della città si calarono nottetempo con funi dalle mura cittadine, e si diedero a precipitosa fuga. A difendere Otranto rimasero quindi solo i suoi abitanti, per lo più contadini e pescatori che poco o nulla conoscevano dell’arte della guerra ma che avevano in cuore un orgoglio ed un coraggio che il turco non riuscirà mai a domare.
Achmet Pascià ordinò l’assedio e fece catapultare all’interno della città una mole enorme di palle di granito che pur arrecando notevoli alla struttura della città non scalfirono la resistenza Otrantina. Ancor oggi camminando per i vicoli del centro storico non è difficile incontrare queste bombarde spesso poste ad ornamento di ingressi e portoni.
Dopo due settimane l’esercito turco riuscì ad aprire tra le mura un varco da cui penetrò. Gli otrantini riuscirono però a respingerli ricacciando fuori la città l’invasore. Nulla poterono invece al secondo tentativo turco. L’esercito riuscì a dilagare per la città compiendo atti di grande efferatezza e crudeltà. La spada turca passava chiunque incontrasse per la strada, neanche vecchi, donne e bambini furono risparmiati. Le vie erano colme di cadaveri e ovunque scorrevano rivoli di sangue. Alcuni cittadini cercarono rifugio tra le mura della cattedrale ove l’anziano arcivescovo Stefano Pendinelli era intento a celebrare la messa. Il portone della cattedrale crollò sotto l’impeto turco ed anche qui vi compì una strage. All’invito turco fatto all’arcivescovo a presentarsi così rispose: "sono il pastore a cui indegnamente è affidato questo popolo di Cristo". A questa frase seguì un colpo di scimitarra con la quale gli fu mozzata la testa.