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Dialetto Salentino

Il dialetto salentino si deve intendere come una parlata dalle molteplici contaminazioni, da quelle latine delle origini, a quelle elleniche a quelle balcaniche più in generale. Scriveva il Vidossi che «la vita linguistica e le partizioni dialettiche sono la registrazione fedele di tutte le vicende di una nazione»".

Per quanto riguarda le vicende linguistiche della Terra d'Otranto, e più in genere del Mezzogiorno pur con la varietà delle regioni, si accumularono in particolare nel corso dei secoli IX-XI. Vale a dire si verificò un lungo processo di variazioni che non poteva avere termine se non quando si stabilizzavano le condizioni di una continua permanenza etnico-sociale in loco. E furono i normanni a gettare le basi della stabilità. Ma ciò non vuol dire neppure che un insieme di parole e di forme dei dialetti odierni abbiano avuto origine tout court in questo periodo, come una sorta di linea di demarcazione tra il prima e il dopo dei secoli.

Quelle parole e quelle forme possono essere state il risultato di una creazione fonetica o morfologica oppure di una modifica continua del parlare comunicativo delle genti di secoli prima o di secoli dopo. Però, se si tiene presente la realtà complessa e spesso fluttuante di quei secoli intorno al Mille, i linguaggi usati sfumavano l'uno nell'altro, in maniera insensibile in alcune circostanze e in maniera più marcata in altre, ma sempre per graduali trapassi e non così bruschi e radicali da impedire che la parlata di un gruppo non fosse compresa da un altro gruppo vicino, e viceversa.

Nessun individuo come nessun gruppo etnico viveva isolato, per quanto diverso fosse dall'altro vicino più numeroso e più stabile. Gli elementi linguistici ereditati dalla propria koinè etnico-culturale e antropologica subivano le varianti lessicali di altri elementi importati: i propri arcaismi convivevano tranquillamente con i neologismi, popolarismi e volgarismi di diversa provenienza esterna, anche di gente di passaggio o di esigua entità etnico-demografica. Insomma si gettavano le basi strutturali delle nostre parlate ma senza alcuna fissità definitiva.

La eterogeneità delle presenze etniche non poteva non lasciare, pure in rapporto alle diverse durate di permanenza, i loro riflessi di vita e di lingua nel lembo meridionale della Puglia come nel resto della regione. Se per ipotesi non fosse avvenuta la calata dei longobardi che da Benevento scesero sino a Brindisi e a Taranto, la Terra d'Otranto avrebbe conservato forse intatto l'uso unitario della lingua greco-bizantina.

Invece, la loto venuta, per quanto contrastata, rompeva irreparabilmente l'uniformità linguistica dell'antica provincia di Lecce, inserendosi via via nella koinè trovata nel luogo. Si verificava il fenomeno di rottura linguistica pressochè simile a quella che interessò le plebi italiche ,che si abbandonarono alle libertà di espressioni e di dizioni fonetiche, rispetto alla lingua scritta e imposta della Roma imperiale, come già riscontrava San Girolamo sullo scorcio del IV secolo d.c. In una lettera diretta ai Galati constatava che l'uso delle parlate si andava diversificando nel tempo e nello spazio lungo i secoli della Decadenza romana".

Tale riscontro si andò poi accentuando nella seconda metà del primo millennio, dando origine e formarsi delle lingue romanze. Nel Meridione, in virtù della costante presenza dei longobardi, le diversità potevano dirsi essenzialmente concluse nel secolo VIII e parte del IX. Invece, gli stanziamenti dei bizantini, non tanto del periodo di Giustiniano (durante il quale la continuità della parlata latina era pressochè mantenuta nelle circoscrizioni diocesane della Puglia e del Salento), quanto dei circa due secoli della riconquista, a partire da Basilio I nel secondo cinquantennio del IX secolo, stabilizzandosi in maniera definitiva nell'area otrantina tra Lecce, Gallipoli e Leuca, con al centro Otranto, creavano una koinè grecofona compatta e omogenea, che si contrapponeva a la varietà del resto della provincia storica.

Qui si creavano effetti di bilinguislmo e in qualche caso anche di plurilinguismo tra le genti localiccome accadeva in Calabria dove il fenomeno era pressocchè analogo a quelo salentino. Modi di dire comuni, espressioni lessicali e fonetiche, termini importati, parole, accentazioni, suoni si al davano infiltrando nel tessuto delle parlate indigene. E questo avveniva senza controllo e i maniera autonoma rispetto all'uso scritto sia d, latino che del greco nella giurisprudenza, nelle cancellerie e negli atti notarili. Nella varietà delle parlate ogni comunità, urbana o rurale, dava al «suo dialetto» un'inflessione di toni e un'articolazione di parole singolari, che non erano riscontrabili neppure nei luoghi vicini.

Ogni comunicazione orale dei gruppi plebei aveva bisogno di certe lesioni fonetiche gestuali e spontanee delle società piccole o chiuse, pur mantenendo comune una certa struttura linguistica di origine. Così accadeva che certi arcaismi grecofoni del basso Salento fossero comuni a quelli della zona dell'Aspromonte calabrese per l'altrettanto comune origine bizantina. E analoghe espressioni arcaiche romanze di Taranto e di altri parti della Puglia si presentavano pressochè simili a quelle del territorio napoletano.

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