> Il libro di Horace Walpole
Capitolo quinto
Più Manfred rifletteva sul comportamento del frate più si convinceva che Jerome sapeva dell’amore di Isabella e Teodoro. Ma la nuova arroganza di Jerome, così diversa dalla sua precedente mitezza, gli suggeriva preoccupazioni ancora più gravi. Il principe sospettava perfino che il frate contasse segretamente sull’appoggio di Federico: il suo arrivo era coinciso con la prima comparsa di Teodoro, e questo sembrava indizio di un accordo tra i due. Ancora più era turbato dalla somiglianza di Teodoro con il ritratto di Alfonso. Sapeva per certo che quest’ultimo era morto senza eredi. Federico aveva acconsentito a concedergli la mano di Isabella. Queste contraddizioni si dibattevano nella sua mente, procurandogli un indicibile tormento. Vedeva solo due strade per districarsi dalle sue difficoltà. Una era rinunciare ai suoi domini in favore del marchese.
L’orgoglio,
l’ambizione, e la fiducia nelle antiche profezie che avevano indicato
una possibilità che egli tramandasse quei domini ai suoi eredi,
si opponevano a una simile decisione. L’altra era affrettare il
matrimonio con Isabella.
Dopo aver a lungo meditato su queste tormentose considerazioni, mentre
camminava in silenzio con Hippolita verso il castello, egli infine comunicò alla
principessa i motivi della sua inquietudine e, convincente e insinuante,
usò ogni argomento per estorcere il suo consenso al divorzio,
anzi, perfino la sua promessa di favorirlo. Ma non gli serviva grande
capacità di persuasione per piegare Hippolita ai suoi desideri.
Lei tentò di convincerlo a scegliere di rinunciare ai suoi domini;
ma vedendo che le sue esortazioni erano inutili, gli assicurò che
per quanto glielo permetteva la sua coscienza, non avrebbe sollevato
nessuna obiezione a una separazione, anche se, in mancanza di scrupoli
più fondati di quelli che lui ancora adduceva, lei non si sarebbe
impegnata attivamente a richiederla.
Questo consenso, per quanto insufficiente, bastò a risollevare le speranze di Manfred. Confidava che il suo potere e la sua ricchezza avrebbero agevolato il corso della sua istanza alla Corte di Roma e decise di far assumere a Federico l’impegno di compiere a quello scopo un viaggio laggiù. Quel principe aveva rivelato tanta passione per Matilda, che Manfred sperava di ottenere tutto quello che desiderava offrendogli o negandogli le grazie della figlia, a seconda che il marchese fosse apparso più o meno disposto ad aiutarlo nei suoi progetti. Anche l’assenza di Federico sarebbe stata praticamente un punto a favore, finché non avesse potuto adottare ulteriori misure per la sua sicurezza.
Mandata Hippolita alle sue stanze, egli andò verso quella dove stava il marchese; ma attraversando la sala grande, per la quale doveva passare, incontrò Bianca. Sapeva che quella damigella godeva della confidenza di tutte e due le giovani principesse. Subito gli venne in mente di sondarla circa Isabella e Teodoro. La chiamò da parte, nella nicchia del bovindo della sala; e la adulò con molte belle parole e promesse; quindi le chiese cosa sapesse dei sentimenti di Isabella.
— Io, mio signore?! Niente, mio signore... Cioè, mio signore...
Povera signora! È terribilmente in pena per le ferite del padre; ma
le ho detto che andrà tutto bene; vostra altezza non la pensa così?
— Non ti chiedo — rispose Manfred — che cosa provi per il
padre; tu conosci i suoi segreti: andiamo, fa’ la brava ragazza e dimmi:
c’è qualche giovanotto... Eh? Tu mi capisci.
— Che Dio mi benedica! Capire vostra altezza? No, non capisco; le
ho detto che qualche erba vulneraria e il riposo...
— Non sto parlando del padre — replicò il principe
con impazienza, — lo so che presto starà bene.
— Che Dio mi benedica, sono felice di sentire vostra altezza dire
così; infatti, anche se ho ritenuto opportuno impedire alla mia
giovane signora di abbattersi, a me sembrava che sua altezza fosse pallido,
e avesse un qualcosa... Ricordo quando il giovane Ferdinand fu ferito
dai veneziani...
— Tu rispondi a sproposito lo interruppe Manfred; — ma tieni,
prendi questo gioiello, forse potrà tenere sveglia la tua attenzione.
No, niente riverenze; i miei favori non finiranno qui. Avanti, dimmi la verità;
chi possiede il cuore di Isabella?
— Ebbene, vostra altezza sa essere tanto gentile... certamente...
Ma vostra altezza sa tenere un segreto? Se mai dovesse sfuggirgli di
bocca...
— Non succederà, non succederà — esclamò Manfred.
— Sì, ma giurate vostra altezza... Per la mia Santa Madre,
se mai si sapesse che l’ho detto... Beh, la verità è la
verità, non credo che la mia signora Isabella sia mai stata molto affezionata
al mio giovane signore, vostro figlio: eppure era il più caro giovane
che si potesse incontrare. Sono certa che se fossi stata una principessa...
Ma Dio mi benedica! Devo andare dalla mia signora Matilda; si chiederà che
ne è stato di me.
— Aspetta — esclamò Manfred; — non hai risposto
alla mia domanda. Hai mai portato qualche messaggio, qualche lettera?
— Io! Buon Dio! — esclamò Bianca. — Io portare
una lettera? Non lo farei neppure per diventare regina. Spero che vostra altezza
creda che, per quanto povera, sono onesta. Vostra altezza non sa quanto mi
offrì il conte Marsigli, quando venne a fare la corte alla mia
signora Matilda?
— Non ho tempo — disse Manfred — per ascoltare le tue
storie. Non metto in dubbio la tua onestà; ma è tuo dovere
non nascondermi nulla. Da quanto tempo Isabella conosce Teodoro?
— Beh, non c’è niente che possa sfuggire a vostra altezza — disse
Bianca; — non che io sappia nulla della faccenda. Certo Teodoro è un
giovane perbene, e, come dice la mia signora Matilda, è proprio l’immagine
del buon Alfonso; vostra altezza non l’ha notato?
— Sì, sì... No... Tu mi tormenti — disse Manfred; — dove
si sono incontrati? Quando?
— Con chi? Con la mia signora Matilda? — disse Bianca.
— No, no, non Matilda; Isabella; quando ha conosciuto Isabella questo
Teodoro?
— Vergine Maria! — disse Bianca. — E come posso saperlo?
— Tu lo sai — disse Manfred, — ed io devo saperlo; lo
voglio.
— Oh, Dio! Vostra altezza è forse geloso del giovane Teodoro? — disse
Bianca.
— Geloso? No, no; perché dovrei essere geloso? Forse voglio
favorire la loro unione... Se fossi sicuro che Isabella non prova avversione
per lui.
— Avversione! No, ve lo garantisco io per lei — disse Bianca; — è uno
dei più bei giovani che abbiano mai calpestato il suolo cristiano; gli
vogliamo tutti bene: non c’è anima al castello che non sarebbe
felice di averlo come nostro principe... Voglio dire, quando al Cielo piacerà di
chiamare a sé vostra altezza.
— Davvero! — disse Manfred. — Siamo arrivati a questo
punto? Oh, quel frate maledetto! Ma non devo perdere tempo... Va’,
Bianca, va’ da Isabella; ma non una parola di quello che ci siamo
detti, te lo ordino. Scopri quanto è innamorata di Teodoro; portami
buone notizie, e quell’anello avrà un compagno. Aspettami
ai piedi della scala a chiocciola; sto andando a trovare il marchese,
e al mio ritorno parlerò ancora
con te.
Manfred, dopo aver conversato per un po’ su argomenti generici,
chiese a Federico di congedare i due cavalieri suoi compagni, poiché doveva
parlargli di affari urgenti. Non appena furono soli, cominciò astutamente
a sondare il marchese su Matilda; e trovandolo ben disposto verso i suoi
desideri, lasciò cadere degli accenni circa le difficoltà alle
quali sarebbe andata incontro la celebrazione del loro matrimonio, a
meno che...
In quel momento Bianca irruppe nella stanza: i suoi gesti e l’aspetto
sconvolto esprimevano un folle terrore;
— Oh, mio signore, mio signore! — gridò. — Siamo
tutti rovinati! È tornato! È tornato?
— Che cosa è tornato? — esclamò Manfred stupefatto.
— Oh! La mano! Il gigante! La mano! Sostenetemi! Sono fuori di me
dal terrore — gridò Bianca; — non dormirò al castello
stanotte. Dove andrò? Le mie cose possono mandarmele domani. Se mi fossi
accontentata di sposare Francesco! Ecco a cosa porta l’ambizione!
— Cosa vi ha terrorizzato così, madamigella? — disse
il marchese. — Siete al sicuro qui; non abbiate paura.
— Oh! Vostra altezza è meravigliosamente buono — disse
Bianca, — ma non oso... No, vi prego, lasciatemi andare... Preferirei
lasciare qui tutto quello che ho piuttosto che restare un’altra
ora sotto questo tetto.
— Andiamo, hai perso la testa — disse Manfred. — Non
interromperci; stavamo parlando di affari importanti. Mio signore, questa ragazza è un’esaltata.
Vieni con me, Bianca. Oh! Per tutti i santi!
— No — disse Bianca, — certamente viene per ammonire
vostra altezza; perché altrimenti dovrebbe apparire a me? Io dico le
mie preghiere mattina e sera. Oh! Se vostra altezza avesse creduto a Diego! È la
mano dello stesso gigante di cui lui ha visto il piede nella stanza della galleria.
Padre Jerome ci ha detto spesso che la profezia si sarebbe avverata, uno di
questi giorni. «Bianca —, disse, — bada bene alle mie parole».
— Tu vaneggi — disse Manfred infuriato; — vattene, e
conserva queste stupidaggini per spaventare i tuoi compagni.
— Come! Mio signore — gridò Bianca, credete che io
non abbia visto niente? Andate voi stesso ai piedi della scala grande... L’ho
visto, quant’è vero che sono viva.
— Visto cosa? Bella fanciulla, diteci che cosa avete visto — disse
Federico.
— Vostra altezza — disse Manfred, — vuole forse prestare
orecchio ai vaneggiamenti di una sciocca domestica, che è rimasta ad
ascoltare storie di fantasmi finché non ha incominciato a crederle
vere?
— Questa è più che una fantasia — disse il marchese; — il
suo terrore è troppo naturale e troppo violento per essere opera dell’immaginazione.
Diteci, bella fanciulla, cosa vi ha sconvolto così.
— Sì, mio signore, ringrazio vostra altezza — disse
Bianca; — credo di essere molto pallida; starò meglio quando
mi sarò ripresa. Per ordine di sua altezza stavo andando in camera
della signora Isabella...
— Lascia perdere i particolari — l’interruppe Manfred; — dato
che sua altezza vuole così, va’ avanti; ma sii breve.
— Mio Dio! Così vostra altezza mi confonde! — replicò Bianca. — Temo
che i miei capelli... Certo mai in vita mia... Bene! Come stavo dicendo a vostra
altezza, stavo andando in camera della mia signora Isabella per ordine di sua
altezza; lei dorme nella camera con gli affreschi, a destra, sul primo pianerottolo:
così quando arrivai alla scala grande... Stavo guardando il regalo
di vostra altezza.
— Dio, dammi la pazienza! — disse Manfred. — Questa
sciocca non verrà mai al punto? Cosa importa al marchese che per
i fedeli servigi resi a mia figlia io ti abbia donato un gingillo? Noi
vogliamo sapere cosa hai visto.
— Stavo appunto dicendolo a vostra altezza — disse Bianca, — se
me lo permettete. Dunque, stavo accarezzando l’anello, e sono certa che
non avevo fatto neppure tre scalini, quando sentii il tintinnio di un’armatura;
giuro per tutto l’oro del mondo che era un clangore come quello
che Diego dice di aver sentito quando il gigante lo fece fuggire dalla
camera della galleria.
— Che significa, mio signore? — disse il marchese.
— Il vostro castello è forse infestato da giganti e spiriti
maligni?
— Mio Dio, ma come, vostra altezza non conosce la storia del gigante
della camera della galleria? — esclamò Bianca. — Mi meraviglio
che sua altezza non ve l’abbia raccontata: forse non sapete che c’è una
profezia...
— Queste sciocchezze sono intollerabili — l’interruppe
Manfred. — Congediamo questa stupida ragazza, mio signore: abbiamo affari
più importanti da discutere.
— Chiedo venia — disse Federico, — ma queste non sono
sciocchezze; l’enorme spada che mi fu indicata nel bosco, quell’elmo
suo compagno: sono forse queste le visioni fantastiche di questa povera
cameriera?
— Così la pensa Jaquez, se a vostra altezza non dispiace — disse
Bianca. — Dice che questa Luna non tramonterà prima che noi assistiamo
a qualche strano rivolgimento. Per conto mio, non mi sorprenderei se dovesse
succedere domani; infatti, come stavo dicendo, quando sentii il clangore dell’armatura,
un sudore freddo mi ricoprì: guardai in alto, e, se vostra altezza vorrà credermi,
ho visto sulla balaustra più alta della scala grande una mano in un’armatura
grande come, come... Temei di svenire... Non mi sono fermata finché non
sono arrivata qui: magari fossi ben lontana dal castello! Proprio ieri
mattina la mia signora Matilda mi diceva che sua altezza Hippolita sa
qualcosa...
— Sei un’insolente! — gridò Manfred. — Signor
marchese, ho il forte sospetto che questa scena sia stata concertata per insultarmi.
I miei stessi domestici sono stati quindi corrotti perché diffondano
storie offensive per il mio onore? Perseguite la vostra rivendicazione
con coraggio virile: oppure seppelliamo la nostra discordia, come vi
ho proposto, con il doppio matrimonio delle nostre figlie; ma credetemi,
non si addice a un principe del vostro rango approfittare di sguattere
prezzolate.
— La vostra accusa merita solo disprezzo — disse Federico; — fino
a questo momento non ho mai posato gli occhi su questa damigella: io
non le ho dato nessun gioiello! Mio signore, mio signore, la vostra coscienza,
la vostra colpa vi accusano e vorrebbero gettare il sospetto su di me. Ma tenetevi
vostra figlia, e non pensate più a Isabella: le punizioni divine
che già si sono abbattute sulla vostra casata mi proibiscono di
imparentarmi con essa.
Manfred, spaventato per il tono deciso con cui Federico pronunciò queste parole, cercò di calmarlo. Congedata Bianca, si mostrò così docile verso il marchese, e si lanciò in tali astuti encomi di Matilda, che ancora una volta Federico titubò. Comunque, poiché la sua passione era di data così recente, non poteva sconfiggere di colpo gli scrupoli che gli erano nati nell’animo. Aveva capito abbastanza del discorso di Bianca da convincersi che il Cielo si era dichiarato contrario a Manfred.
Del resto, i matrimoni proposti allontanavano nel tempo la sua rivendicazione: e il principato di Otranto era una tentazione più forte del suo pur temporaneo scambio con Matilda. Ma Federico non voleva rinnegare completamente i suoi impegni; piuttosto si proponeva di guadagnare tempo, e quindi chiese a Manfred se era proprio vero che Hippolita acconsentiva al divorzio. Il principe, felice di non trovare nessun ostacolo, e confidando nella propria influenza sulla moglie, assicurò al marchese che era così e che poteva accertarsi lui stesso della verità, sentendola dalla viva voce di Hippolita.
Mentre parlavano fu annunciato che era pronto il banchetto. Manfred
portò Federico
nella sala grande, dove li accolsero Hippolita e le giovani principesse.
Manfred diede al marchese il posto vicino a Matilda, e si sedette tra
sua moglie e Isabella. Hippolita si comportò con serena gravità,
ma le damigelle erano silenziose e malinconiche.
Manfred, che era deciso a convincere completamente il marchese nel corso
della serata, prolungò la festa fino a tardi, fingendo una smodata
allegria, e offrendo continuamente a Federico numerose coppe di vino.
Quest’ultimo, più diffidente di quanto Manfred avrebbe desiderato,
declinava questi frequenti inviti, con la scusa di aver perduto di recente
molto sangue; mentre il principe, per sollevare il proprio spirito turbato,
e per simulare l’assenza di ogni preoccupazione, si concedeva numerosi
bicchieri, senza arrivare, comunque, al punto di ubriacarsi.
A sera inoltrata il banchetto finì. Manfred avrebbe voluto appartarsi con Federico; ma quest’ultimo, adducendo la propria debolezza e il bisogno di riposo, si ritirò nella sua camera dicendo galantemente al principe che sua figlia avrebbe potuto intrattenere sua altezza finché lui stesso non fosse stato in grado di fargli compagnia. Manfred accettò l’offerta; e, cosa che dispiacque non poco a Isabella, la accompagnò al suo appartamento; Matilda andò con la madre, per godere insieme il fresco della sera, sugli spalti del castello.
Non appena la compagnia si fu sciolta, Federico, lasciata la propria
camera, chiese se Hippolita fosse sola; e una delle sue domestiche, che
non aveva visto la principessa allontanarsi, gli disse che a quell’ora
generalmente si ritirava nel suo oratorio, dove probabilmente l’avrebbe
potuta trovare. Durante il pasto il marchese aveva osservato Matilda
con passione sempre maggiore. Egli desiderava ora trovare Hippolita ben
disposta come il marito gli aveva promesso.
Il desiderio gli faceva dimenticare gli avvenimenti che lo avevano spaventato.
Avanzando pian piano, egli entrò inosservato nell’appartamento
di Hippolita, ben deciso a incoraggiarla ad acconsentire al divorzio,
poiché si era reso conto che Manfred era deciso a fare del proprio
matrimonio con Isabella una condizione indispensabile, prima di concedergli
Matilda, secondo i suoi desideri.
Il marchese non fu stupito dal silenzio che regnava nell’appartamento della principessa. Pensò che, come gli avevano detto, fosse nell’oratorio, e quindi si fece avanti. La porta era socchiusa; la sera cupa e nuvolosa. Aprendo pian piano la porta, vide qualcuno inginocchiato davanti all’altare. Quando si avvicinò, non gli sembrò una donna, ma una persona vestita di una lunga tunica di lana, che gli dava le spalle e pareva assorta nella preghiera. Il marchese stava per tornare indietro, quando l’altro si alzò e si soffermò qualche momento, immerso in profonda meditazione, senza guardarlo.
Il marchese, pensando che quella
figura devota gli stesse venendo incontro, volle scusarsi per averla
scortesemente interrotta, e disse:
— Reverendo padre, cercavo donna Hippolita.
— Hippolita! — replicò con voce profonda. — Vieni
dunque in questo castello per cercare Hippolita?
E girandosi lentamente, la figura svelò a Federico la bocca rinsecchita
e le orbite vuote di uno scheletro, avvolto in una tonaca da eremita.
— Angeli del Cielo, proteggetemi! — gridò Federico,
facendo un balzo indietro.
— Dovresti meritare la loro protezione — disse lo scheletro;
Federico, cadendo in ginocchio, pregò il fantasma di avere pietà di
lui.
— Non ti ricordi di me? — disse l’apparizione. — Ricorda
il bosco di Joppa!
— Voi siete quel santo eremita? — esclamò Federico
tremante. — Posso fare qualcosa per la vostra pace eterna?
— Sei stato forse liberato dalla schiavitù — disse
lo spettro, — per andare in cerca di piaceri carnali? Hai dimenticato
la spada sotterrata e il decreto divino inciso su di essa?
— No, no — disse Federico. — Ma dite, spirito benedetto,
qual è il vostro messaggio per me? Cos’altro devo fare?
— Dimentica Matilda! — disse l’apparizione. E svanì.
Ed il sangue di Federico si gelò nelle vene. Per qualche minuto restò immobile. Quindi, cadendo prostrato davanti all’altare, implorò tutti i santi di intercedere per il suo perdono. A questa appassionata preghiera fece seguito un lungo pianto; e mentre l’immagine della bella Matilda si imponeva suo malgrado ai suoi pensieri, egli giacque a terra, in lotta tra il pentimento e la passione. Prima che il suo animo potesse riaversi dalla disperazione, la principessa Hippolita entrò sola nell’oratorio, con una candela in mano. Vedendo un uomo immobile sul pavimento, lanciò un grido, pensando che fosse morto. Al suo spavento Federico tornò in sé. Alzandosi improvvisamente, il viso inondato di lacrime, egli avrebbe voluto sfuggirla; ma Hippolita, fermandolo, lo pregò con i più dolorosi accenti di spiegarle la causa del suo turbamento, e per quale strana circostanza lo avesse trovato là in quell’atteggiamento.
— Ah! Virtuosa principessa — disse il marchese, commosso
e addolorato. E tacque.
— Per amor del Cielo, mio signore — disse Hippolita, — svelatemi
la causa del vostro turbamento! Cosa significano queste note dolenti, e il
mio nome pronunciato in tono così spaventoso? Quali sventure ha ancora
in serbo il Cielo per la disgraziata Hippolita? Tacete ancora? In nome di tutti
gli angeli pietosi, vi scongiuro, nobile principe — continuò,
cadendo ai suoi piedi, — di svelare il significato di quello che vi pesa
sul cuore. Vedo che provate compassione per me; provate compassione per l’atroce
tormento che mi infliggete. Parlate, per pietà! sapete qualcosa
che riguarda mia figlia?
— Non posso parlare — esclamò Federico, allontanandosi
in fretta. — Oh! Matilda.
Lasciata così bruscamente la principessa egli corse al proprio
appartamento. Sulla soglia lo raggiunse Manfred, che, inebriato dal vino
e dall’amore, era venuto a cercarlo, per proporgli di passare qualche
ora della notte tra musiche e festeggiamenti. Federico, offeso davanti
a un invito che contrastava tanto con il suo stato d’animo, lo
spinse bruscamente da parte e, entrando in camera sua, sbatté con
violenza la porta sul viso di Manfred e la chiuse dall’interno.
L’orgoglioso principe, infuriato per questo inesplicabile comportamento,
si allontanò in uno stato d’animo che lo rendeva capace
dei più fatali eccessi. Mentre attraversava il cortile, gli venne
incontro il domestico che egli aveva messo di guardia al convento per
spiare Jerome e Teodoro.
L’uomo, quasi senza fiato per la gran corsa, informò il suo signore che Teodoro e una dama del castello in quello stesso momento intrattenevano un colloquio segreto presso la tomba di Alfonso, nella chiesa di San Nicola. Egli aveva seguito fin là Teodoro, ma l’oscurità della notte gli aveva impedito di scoprire chi fosse la donna.
Manfred, adirato dopo che Isabella l’aveva allontanato mentre lui,
nella sua passione, la importunava con ben poco riserbo, non ebbe dubbi
che l’inquietudine da lei espressa fosse stata provocata dall’impazienza
di incontrare Teodoro. Irritato da questo sospetto, e infuriato contro
il padre di lei, si affrettò segretamente verso la chiesa grande.
Scivolò silenziosamente tra le panche, guidato da un incerto raggio
di Luna che brillava debolmente attraverso la tomba di Alfonso, dove
lo attiravano gli indistinti bisbiglii delle persone che cercava. Le
prime parole che riuscì a sentire furono:
— Ahimè, dipende forse da me? Manfred non permetterà mai
la nostra unione.
— No, questo l’impedirà! — gridò il tiranno;
estrasse il pugnale e, passandolo sopra la spalla della persona che parlava,
glielo affondò nel petto.
— Povera me, mi uccidono! — gridò Matilda, mentre cadeva.
Buon Dio, accogli la mia anima!
— Mostro selvaggio e inumano! Che hai fatto? — gridò Teodoro,
avventandosi su di lui e strappandogli il pugnale.
— Ferma, ferma la tua empia mano — gridò Matilda; — è mio
padre!
Manfred, come risvegliandosi da un incantesimo, si batté il petto,
si ficcò le mani nei capelli, e cercò di riprendere il
pugnale a Teodoro per uccidersi; Teodoro, non meno sconvolto, dominava
la propria disperazione soltanto per assistere Matilda, e con le sue
grida aveva già chiamato in aiuto dei monaci.
Mentre alcuni di essi, insieme all’afflitto Teodoro, cercavano
di fermare il sangue della principessa morente, altri impedivano a Manfred
di infierire con violenza su se stesso.
Matilda, pazientemente rassegnata al proprio destino, esprimeva con sguardi
d’amore la propria gratitudine per lo zelo di Teodoro. Ma tutte
le volte che, nonostante la debolezza, riusciva a parlare, pregava chi
l’assisteva di confortare il padre. Jerome aveva ormai appreso
la fatale notizia, ed era giunto in chiesa.
Con lo sguardo sembrò rimproverare Teodoro; ma rivolgendosi verso
Manfred, disse:
— Ed ora, tiranno, osserva come sul tuo empio capo si è realizzata
la punizione divina! Il sangue di Alfonso gridava vendetta al Cielo; ed il
Cielo ha permesso che il suo altare venisse profanato dall’assassinio,
perché tu potessi spargere il tuo stesso sangue ai piedi del sepolcro
di quel principe!
— Uomo crudele! — gridò Matilda. — Aggravare
il tormento di un padre! Che il Cielo benedica mio padre, e lo perdoni come
faccio io! Mio signore, mio grazioso signore, perdonate vostra figlia? In verità non
venni qui per incontrare Teodoro! Lo trovai a pregare presso questa tomba,
dove mia madre mi aveva mandato a intercedere per voi e per lei. Carissimo
padre, benedite vostra figlia, e ditele che la perdonate.
— Perdonarti! Io, mostro assassino! — gridò Manfred. — E
gli assassini possono forse perdonare? Ti ho scambiata per Isabella, ma il
Cielo ha guidato la mia mano omicida al cuore di mia figlia! Oh! Matilda...
Non riesco a dirlo... Puoi perdonare la cecità della mia ira?
— Posso e lo faccio, ed il Cielo voglia confermarlo! — disse
Matilda. — Ma finché il respiro mi basta per chiedervelo...
Oh, mia madre! Cosa proverà! La conforterete, mio signore? Non
la scaccerete? Vi ama davvero... Oh, svengo! Portatemi al castello...
Potrò vivere
finché sia lei a chiudermi gli occhi?
Teodoro ed i monaci la pregarono ardentemente di lasciarsi portare al
convento, ma le sue richieste di essere portata al castello erano così insistenti,
che, mettendola su una barella, la trasportarono là, come chiedeva.
Teodoro, sostenendole il capo con un braccio, si chinava su di lei nel
tormento del suo amore disperato, e cercava ancora di inculcarle la speranza
di vivere. Dall’altro lato Jerome la confortava parlandole del
Cielo e, tenendo davanti a lei un crocifisso, che lei bagnò di
lacrime innocenti, la preparava per il trapasso verso l’immortalità.
Manfred, immerso nel più profondo dolore, seguiva disperato la
barella.
Prima di raggiungere il castello videro Hippolita che, informata della
tremenda catastrofe, era corsa incontro alla figlia assassinata; ma quando
vide la dolorosa processione, il suo dolore diventò così acuto
che perse i sensi, e cadde a terra senza vita, in deliquio. Isabella
e Federico, che l’accompagnavano, furono sopraffatti da un dolore
quasi pari al suo. Soltanto Matilda sembrava indifferente alle proprie
condizioni: ogni suo pensiero era d’affetto per la madre. Dopo
aver ordinato di fermare la barella, non appena Hippolita fu fatta rinvenire,
Matilda chiese del padre.
Egli si avvicinò, incapace di parlare.
Matilda, afferrando la sua mano e quella della madre, le strinse tra
le proprie e se le portò al cuore. Manfred non riuscì a
sopportare quest’atto di commovente pietà. Si gettò a
terra, e maledisse il giorno in cui era nato.
Isabella, timorosa che questo turbinare di passioni fosse più di
quanto Matilda poteva sopportare, si incaricò di ordinare che
Manfred venisse portato al suo appartamento, mentre faceva trasportare
Matilda nella camera più vicina. Hippolita, poco più in
sé della figlia, era incurante di tutto eccetto che di lei; ma
quando Isabella, nella sua affettuosa premura, cercò di allontanare
anche lei, mentre i medici esaminavano la ferita di Matilda, lei gridò:
— Allontanarmi? Mai! Mai! Vivevo solo per lei, e morirò con
lei.
Alla voce della madre, Matilda aprì gli occhi, ma li chiuse di
nuovo senza parlare. Il polso sempre più debole, e la mano bagnata
da un gelido sudore, dissiparono presto ogni speranza che potesse riprendersi.
Teodoro seguì i medici nell’altra stanza, e li sentì pronunciare
la fatale sentenza sconvolto da un’emozione uguale al delirio.
— Se non può essere mia da viva — gridò, — che
almeno sia mia da morta! Padre! Jerome! Non volete unire le nostre mani? — gridò al
frate, che con il marchese aveva accompagnato i medici.
— Cosa intendi, con la tua folle avventatezza? È questo il
momento per un matrimonio?
— Lo è, lo è — gridò Teodoro; — ahimè non
ve ne sarà un altro!
— Giovane, sei troppo sconsiderato — disse Federico; — credi
forse che in quest’ora fatale vogliamo ascoltare i tuoi vaneggiamenti
amorosi? Quali diritti pretendi di avere sulla principessa?
— Quelli di un principe — disse Teodoro; — del sovrano
di Otranto. Questo reverendo, mio padre, mi ha detto chi sono.
— Tu vaneggi — disse il marchese; — non c’è nessun
principe di Otranto tranne me, ora che Manfred con il suo assassinio,
con un sacrilego assassinio, ha perduto ogni diritto?
— Mio signore — disse Jerome, assumendo un atteggiamento grave, — egli
dice la verità. Non era nei miei progetti divulgare così presto
il segreto, ma il destino si affretta a compiere la sua opera. Quello che la
sua avventata passione ha rivelato, lo conferma la mia voce. Sappiate, principe,
che quando Alfonso si imbarcò per la Terra Santa...
— È questo il momento delle spiegazioni? — gridò Teodoro. — Padre,
venite ad unirmi alla principessa: sarà mia... In tutto il resto
vi obbedirò rispettosamente. Vita mia! Mia adorata Matilda! — continuò Teodoro,
precipitandosi di nuovo nella camera interna. — Non sarete mia?
Non benedirete il nostro....
Isabella gli fece cenno di tacere, rendendosi conto che la principessa
era vicina alla fine.
— Come, è morta? — gridò Teodoro. — È possibile?
La violenza delle sue esclamazioni fece rinvenire Matilda. Aprendo gli
occhi si guardò intorno in cerca della madre:
— Vita dell’anima mia! Sono qui — gridò Hippolita. — Non
credere che possa lasciarti!
— Oh! Voi siete troppo buona — disse Matilda, — ma non piangete
per me, madre mia! Sto andando dove il dolore non abita mai. Isabella, tu mi
hai voluto bene; non vuoi sostituirmi nell’affetto per questa cara, cara
donna? Ahimè, svengo!
— Oh! Bambina mia! Bambina mia! — disse Hippolita, in un fiume
di lacrime. — Non posso trattenerti un momento?
— Non è possibile — disse Matilda. — Raccomandatemi
al Cielo. Dov’è mio padre? Perdonatelo, carissima madre: perdonategli
la mia morte; fu un errore. Oh! Avevo dimenticato... Madre carissima, io avevo
giurato di non rivedere mai più Teodoro... Forse ciò ha attirato
questa calamità... Ma non intendevo incontrarlo... Potete perdonarmi?
— Oh! Non ferire la mia anima disperata! — disse Hippolita — Tu
non potresti mai offendermi. Ahimè, sviene! Aiuto! Aiuto!
— Volevo dire qualcos’altro — disse Matilda, sforzandosi
di parlare, — ma non potrò... Isabella... Teodoro... Per
amor mio... Oh!
E spirò. Isabella e le due damigelle allontanarono Hippolita con
la forza da quelle spoglie; ma Teodoro minacciò di morte chiunque
tentasse di portarla via. Egli impresse mille baci sulla sua mano fredda
come il marmo, e pronunciò ogni espressione che il suo amore disperato
potesse suggerirgli.
Isabella, intanto, stava accompagnando l’affitta Hippolita al suo
appartamento; ma in cortile incontrarono Manfred, che, turbato dai suoi
stessi pensieri, e ansioso di vedere ancora una volta la figlia, si stava
dirigendo verso la camera dove ella giaceva. Dato che la Luna era ormai
alta, egli lesse sui volti di questa triste processione l’evento
che temeva.
— Come! È morta? — gridò follemente sconvolto.
In quel momento il boato di un tuono scosse il castello fino alle fondamenta;
la terra tremò, e si sentì nel sottofondo il clangore di
un’armatura
che non poteva appartenere a un mortale.
Federico e Jerome pensarono che fosse giunto il giorno del Giudizio.
Il frate, trascinando con sé Teodoro, corse nel cortile. Nel
momento in cui Teodoro appariva, alle spalle di Manfred le mura del castello
caddero a opera di una forza immane, e la figura di Alfonso, dilatata
fino a un’immensa grandezza, apparve al centro delle rovine.
— Ecco Teodoro, il vero erede di Alfonso! — disse la visione:
e pronunciate queste parole, accompagnate dal boato di un tuono, ascese
solennemente al Cielo, dove le nuvole, separandosi, rivelarono la figura di
San Nicola, che accoglieva l’ombra di Alfonso; quindi entrambi scomparvero
agli occhi dei mortali in un fulgore di gloria.
Gli spettatori caddero a terra prostrati, riconoscendo la volontà divina.
La prima a rompere il silenzio fu Hippolita.
— Mio signore — disse a Manfred, distrutto, — osservate
la vanità della gloria umana! Corrado è morto! Matilda non c’è più!
In Teodoro vediamo il vero principe di Otranto. Per quale miracolo lo sia,
io non lo so: ci basti sapere che la nostra condanna è pronunciata!
Cosa vogliamo, cosa possiamo fare, se non dedicare le poche ore di dolore che
ci rimangono da vivere a implorare il Cielo di non adirarsi più?
Il Cielo ci rifiuta... Dove possiamo fuggire, se non a quelle sante celle
che ancora ci offrono un rifugio?
— Oh tu, donna senza colpa, eppure infelice! Infelice per i miei
crimini! — replicò Manfred. — Finalmente il mio cuore si
schiude alle tue devote ammonizioni. Oh! Potessi ... Ma non può essere...
Voi siete attoniti per lo stupore... Lasciatemi finalmente far giustizia di
me stesso! Riversare sulla mia testa la vergogna è l’unica soddisfazione
che mi resta da offrire al Cielo offeso. La mia storia ha attirato questa punizione
divina: lasciate che la mia confessione espii... Ma, ah! Come si può espiare
l’usurpazione e l’uccisione di una figlia? L’uccisione di
una figlia in un posto consacrato! Ascoltate, signori, e questo sanguinoso
racconto possa essere di monito ai futuri tiranni! Alfonso, lo sapete tutti,
morì in Terra Santa... Vorreste interrompermi; vorreste dire che non
morì di morte naturale: è verissimo. Perché altrimenti
questa amara coppa che Manfred deve bere fino alla feccia? Ricardo, mio nonno,
era un ciambellano... Vorrei stendere un velo sui crimini del mio antenato,
ma è inutile: Alfonso morì avvelenato. Un falso testamento dichiarò Ricardo
suo erede. I suoi crimini lo perseguitarono... Ma lui non perdette un Corrado,
una Matilda! Io pago per tutti il prezzo dell’usurpazione! Una tempesta
lo sorprese. Incalzato dalla sua colpa, egli giurò a San Nicola di fondare
una chiesa e due conventi, se fosse vissuto fino a raggiungere Otranto.
Il
sacrificio venne accettato: il santo gli apparve in sogno, e promise
che la discendenza di Ricardo avrebbe regnato su Otranto finché il legittimo
possessore non fosse diventato troppo grande per abitare nel castello, e finché vi
fossero a goderne eredi maschi di Ricardo. Ahimè! Ahimè! Né maschi,
né femmine, tranne me, rimangono di tutta la sua disgraziata stirpe!
Ho finito... Le sventure di questi ultimi tre giorni raccontano il resto. Come
questo giovanotto possa essere l’erede di Alfonso non lo so ... Ma non
ne dubito. Questi domini sono suoi; io vi rinuncio; ma non sapevo che Alfonso
avesse un erede... Non discuto la volontà del Cielo: la povertà e
la preghiera devono colmare il doloroso intervallo, finché Manfred non
sarà chiamato con Ricardo.
— Il resto tocca a me dirlo — disse Jerome. — Quando
Alfonso si imbarcò per la Terra Santa, fu sospinto da una tempesta sulla
costa della Sicilia. L’altro vascello, che trasportava Ricardo
e il suo seguito, come vostra signoria deve aver sentito dire, venne
separato da lui.
— È verissimo — disse Manfred; — ed il titolo
che mi dài è più di quanto possa pretendere un rinnegato.
Bene, così sia: vai avanti.
Jerome arrossì e continuò:
— Per tre mesi un forte vento trattenne Alfonso in Sicilia. Là si
innamorò di una bella fanciulla di nome Victoria. Era troppo pio per
tenerla a piaceri proibiti. Si sposarono. Ma poiché considerava questo
amore incompatibile con il sacro voto delle armi cui era legato, decise di
tenere segrete le sue nozze, fino al suo ritorno dalla crociata, quando si
proponeva di cercare Victoria, e riconoscerla come propria legittima moglie.
La lasciò in attesa di un figlio. Durante la sua assenza lei dette alla
luce una bambina; ma non aveva ancora superato i dolori della maternità,
quando sentì le voci fatali della morte del suo signore, e della successione
di Ricardo. Cosa poteva fare una donna indifesa e senza amici? Avrebbe avuto
valore la sua testimonianza? Però mio signore, io ho uno scritto
autentico.
— Non è necessario — disse Manfred; — gli orrori
di questi giorni, la visione cui abbiamo assistito proprio ora, tutto avvalora
la tua testimonianza più di un migliaio di pergamene. La morte
di Matilda e la mia cacciata...
— State calmo, mio signore — disse Hippolita; — quest’uomo
non voleva rammentarvi i vostri dolori.
Jerome andò avanti.
— Non mi soffermerò su inutili particolari. La figlia avuta
da Victoria, una volta giovinetta, fu unita a me in matrimonio. Victoria morì,
e il segreto rimase chiuso nel mio cuore. Quello che ha narrato Teodoro
spiega il resto.
Il frate tacque. Lo sconsolato gruppo si ritirò nella parte del castello ancora in piedi. Al mattino Manfred firmò la sua abdicazione al principato, con l’approvazione di Hippolita, e ognuno prese gli ordini religiosi in uno dei vicini conventi. Federico offrì la mano della figlia al nuovo principe, unione che l’affetto di Hippolita per Isabella concorse a promuovere; ma il dolore di Teodoro era troppo recente per accettare il pensiero di un altro amore, e fu solo dopo frequenti conversazioni con Isabella sulla sua cara Matilda, che egli si convinse di non poter conoscere altra felicità se non insieme ad una donna con la quale avrebbe potuto per sempre dar libero corso alla malinconia che aveva preso possesso della sua anima.