> Il libro di Horace Walpole
Capitolo terzo
Quando vide le piume dell’elmo miracoloso scuotersi di concerto
con il suono della tromba di ottone, il cuore di Manfred si riempì di
tristi presagi.
— Padre — disse a Jerome, che ora non trattava più come
il conte di Falconara, — cosa significano questi prodigi? Se ho offeso... — (le
piume si agitarono con violenza maggiore di prima).
— Oh me, principe infelice! — gridò Manfred. — Santo
padre! Non mi assisterete con le vostre preghiere?
— Mio signore — replicò Jerome, — senza
dubbio il Cielo è scontento nel vedervi schernire i suoi servi. Sottomettetevi
alla Chiesa; e smettete di perseguitare i suoi ministri. liberate questo giovane
innocente; ed imparate a rispettare il sacro abito che indosso: non potete
farvi beffe del Cielo: vedete... — (la tromba suonò di nuovo).
— Riconosco di essere stato troppo precipitoso — disse Manfred. — Padre,
andate alla porta e domandate chi è là.
— Mi concedete la vita di Teodoro? — replicò il frate.
— Sì — disse Manfred; — ma chiedete chi ci sia fuori.
Jerome, gettandosi al collo del figlio, lasciò sgorgare un fiume
di lacrime, che esprimevano la piena dei suoi sentimenti.
— Avete promesso di andare alla porta — disse Manfred.
— Pensavo — replicò il frate — che vostra altezza
mi avrebbe scusato se prima lo ringraziassi con questo tributo del mio cuore.
— Andate, carissimo signore — disse Teodoro, — obbedite
al principe; non merito che per me indugiate nel soddisfarlo.
Jerome chiese chi ci fosse fuori, e gli fu risposto:
— Un araldo.
— Da parte di chi? — chiese.
— Del cavaliere dalla spada gigantesca — disse l’araldo; — e
devo parlare con l’usurpatore di Otranto.
Jerome tornò dal principe, e non mancò di ripetere il messaggio così come era stato pronunciato. Le prime parole riempirono Manfred di terrore; ma quando si sentì chiamare usurpatore la sua ira si riaccese, e ritrovò tutto il suo coraggio.
— Usurpatore! Insolente marrano! — gridò. — Chi
osa mettere in dubbio il mio titolo? Ritiratevi, padre; questo non è affare
da monaci: incontrerò io stesso quest’arrogante. Andate al convento,
e preparate il ritorno della principessa; vostro figlio resterà in ostaggio,
come pegno della vostra fedeltà: la sua vita dipende dalla vostra
obbedienza.
— Buon Dio! Mio signore — esclamò Jerome, — solo
un attimo fa vostra altezza ha generosamente perdonato mio figlio... Avete
dimenticato così presto l’intervento del Cielo?
— Il Cielo — replicò Manfred — non manda araldi
a mettere in dubbio il titolo di un principe legittimo... Dubito perfino che
comunichi la sua volontà attraverso i frati... Ma questo è affar
vostro, non mio. Quando sarà il momento conoscerete i miei desideri;
e non sarà un araldo insolente a salvare vostro figlio, se non
ritornate con la principessa.
Fu inutile per il sant’uomo ogni risposta. Manfred ordinò che
venisse accompagnato alla porta posteriore, e chiuso fuori dal castello;
ed ingiunse ad alcuni suoi fedeli di portare Teodoro in cima alla torre
nera, e di tenerlo sotto stretta sorveglianza; a malapena permise che
padre e figlio separandosi si scambiassero un frettoloso abbraccio. Si
ritirò quindi nella sala e, sedutosi con atteggiamento solenne,
ordinò che l’araldo venisse ammesso alla sua presenza.
— Ed allora, insolente! — disse il principe. — Che
volevi da me?
— Vengo da voi, Manfred — replicò l’altro, — usurpatore
del principato di Otranto, da parte del rinomato ed invincibile cavaliere,
il cavaliere dalla spada gigantesca: in nome del suo signore Federico,
marchese di Vicenza, egli richiede donna Isabella, figlia di quel principe,
che voi avete tratto in vostro potere con mezzi vili e sleali, corrompendo
i suoi falsi tutori durante l’assenza del marchese, e lui esige che rinunciate
al principato di Otranto, che avete usurpato al suddetto signore Federico,
il più stretto consanguineo dell’ultimo signore legittimo, Alfonso
il Buono. Se non ottempererete immediatamente a queste giuste richieste,
egli vi sfida a singolar tenzone, fino all’ultimo sangue.
E così dicendo l’araldo gettò la sfida.
— E dov’è questo spaccone che ti manda? — chiese
Manfred.
— Ad una lega d qui — disse l’araldo; — e viene
a rivendicare i diritti del suo signore contro di voi, poiché è un
vero cavaliere, e voi un usurpatore, macchiatosi anche di un rapimento.
Per quanto questa sfida fosse ingiuriosa, Manfred rifletté che
non era nel suo interesse provocare il marchese. Sapeva quanto ben fondato
fosse il diritto di Federico; né era questa la prima volta che
ne sentiva parlare. Gli antenati di Federico avevano ereditato il titolo
di principi di Otranto da quando Alfonso il Buono era morto senza discendenti;
ma Manfred, suo padre e il nonno erano sempre stati troppo potenti perché la
casata di Vicenza potesse spodestarli.
Federico, un giovane principe ardente e bellicoso, aveva sposato una
bella e giovane dama, di cui era innamorato, che era morta nel dare alla
luce Isabella. La sua morte lo aveva tanto colpito, che era diventato
crociato e si era recato in Terra Santa, dove era stato ferito in un
combattimento contro gli infedeli, fatto prigioniero, e dato per morto.
Quando la notizia era arrivata all’orecchio di Manfred, egli aveva
corrotto i tutori di donna Isabella perché gliela consegnassero
come sposa del figlio Corrado; con questa alleanza si proponeva di unire
i diritti delle sue casate. Alla morte di Corrado, questo motivo aveva
contribuito a fargli decidere così all’improvviso di sposare
egli stesso Isabella; e in base alle stesse considerazioni, decise ora
di cercare di ottenere il consenso di Federico a questo matrimonio.
Lo
stesso piano gli ispirò l’idea di invitare il rappresentante
di Federico nel suo castello, temendo che venisse informato della fuga
di Isabella, cosa che ingiunse severamente ai suoi domestici di non rivelare
a nessuno del seguito del cavaliere.
— Araldo — disse Manfred non appena ebbe messo ordine ai suoi
pensieri, — ritorna dal tuo signore, e digli che, prima di risolvere
la nostra controversia con la spada, Manfred vorrebbe avere un colloquio con
lui. Dagli il benvenuto nel mio castello, dove, sul mio onore di vero cavaliere,
troverà cortese accoglienza, e sarà del tutto al sicuro insieme
al suo seguito. Se non potremo comporre la nostra controversia in modo amichevole,
giuro che se ne andrà sano e salvo, e riceverà piena soddisfazione
secondo le leggi delle armi: in ciò mi aiuti Dio e la Santa Trinità!
L’araldo si inchinò tre volte, e si ritirò.
Durante il colloquio, l’animo di Jerome si era dibattuto fra mille contrastanti passioni. Tremava per la vita del figlio, e la sua prima idea fu di convincere Isabella a ritornare al castello. Ma non era meno preoccupato al pensiero della sua unione con Manfred. Temeva l’illimitata obbedienza di Hippolita alla volontà del suo signore: è vero che, se riusciva a essere ammesso alla sua presenza, non dubitava di poter riuscire, data la devozione di lei, a metterla in guardia contro il divorzio, ma se Manfred avesse scoperto che l’ostacolo veniva da lui, questo avrebbe potuto essere ugualmente fatale a Teodoro.
Era impaziente di sapere da dove venisse l’araldo, e chi, senza complimenti, aveva messo in dubbio il titolo di Manfred; ma non osava assentarsi dal convento, per paura che Isabella lo abbandonasse e che la sua fuga venisse imputata a lui. Ritornò sconsolato al monastero, incerto su quale linea di condotta scegliere.
Un monaco, che lo incontrò sotto il porticato e notò la
sua aria malinconica, disse:
— Ahimè, fratello, è dunque vero che abbiamo perduto
la nostra eccellente principessa Hippolita?
Il sant’uomo trasalì, ed esclamò:
— Cosa intendi, fratello? Vengo proprio ora dal castello, e l’ho
lasciata in perfetta salute.
— Soltanto un quarto d’ora fa — replicò il frate — Martelli è passato
al convento, di ritorno dal castello, ed ha riferito che sua altezza è morta.
Tutti i nostri fratelli sono andati in cappella a pregare per il suo felice
trapasso a una vita migliore, ed hanno voluto che io aspettassi il tuo arrivo.
Conoscono il tuo santo affetto per quella buona dama, e sono in ansia per il
dolore che questo ti procurerà. Davvero abbiamo tutte le ragioni per
piangere; era una madre per la nostra casa.
Ma questa vita è solo
un pellegrinaggio; non dobbiamo lamentarci... Tutti la seguiremo; possa
la nostra fine essere come la sua!
— Buon fratello, tu vaneggi — disse Jerome: — ti dico
che vengo dal castello, e quando l’ho lasciata, la principessa stava
bene. Dov’è donna Isabella?
— Povera dama! — replicò il frate. — Le diedi
la triste notizia, e le offrii conforto spirituale; le ricordai la condizione
transitoria dello stato mortale e le consigliai di prendere il velo: citai
l’esempio della santa principessa Sanchia d’Aragona.
— Il tuo zelo è stato lodevole — disse Jerome impaziente; — ma
al momento era inutile: Hippolita sta bene... Almeno, confido che sia così;
non ho sentito niente in senso contrario... Anche se mi sembra che la sincerità del
principe... Bene, fratello, ma dov’è donna Isabella?
— Non lo so — disse il frate; — ha pianto molto, e ha
detto che si ritirava nella sua camera.
Jerome lasciò bruscamente il compagno e corse dalla principessa,
ma non era nella sua stanza; chiese ai domestici del convento, ma non
riuscì ad avere notizie di lei. Cercò inutilmente in tutto
il monastero e in chiesa, e inviò messaggeri nel vicinato, per
sapere se qualcuno l’avesse vista, ma invano. Niente avrebbe potuto
mettere il buonuomo in un imbarazzo maggiore. Pensava che Isabella, sospettando
che Manfred avesse affrettato la morte della moglie, si fosse spaventata,
e si fosse ritirata in qualche nascondiglio più segreto.
Questa nuova fuga avrebbe probabilmente portato al culmine della rabbia il principe. La voce della morte di Hippolita, benché paresse quasi incredibile, accresceva la sua costernazione; e benché la fuga di Isabella rivelasse la sua avversione al matrimonio con Manfred, Jerome non riusciva a trarne conforto, dato che questo metteva in pericolo la vita di suo figlio. Decise di tornare al castello, e di farsi accompagnare da alcuni fratelli perché testimoniassero davanti a Manfred la sua innocenza, e, se necessario, perché unissero alla sua la loro intercessione in favore di Teodoro.
Il principe intanto era andato nel cortile, e aveva ordinato che le porte del castello venissero spalancate per ricevere il cavaliere straniero ed il suo seguito. Dopo alcuni minuti giunse la compagnia a cavallo. Per primi venivano due armigeri con le lance. Quindi un araldo, seguito da due paggi e due trombettieri. Poi un centinaio di guardie a piedi, accompagnate da altrettanti cavalli. Dietro di loro cinquanta fanti, vestiti di nero e scarlatto, i colori del cavaliere. Quindi un cavallo condotto a mano. Due araldi, ai lati di un gentiluomo a cavallo che portava uno stendardo con le armi di Vicenza e Otranto in quarto (una circostanza che offese molto Manfred, ma egli represse il suo risentimento). Altri due paggi. Il confessore del cavaliere che recitava il rosario. Altri cinquanta fanti, vestiti come i primi. Due cavalieri armati di tutto punto, le visiere abbassate, compagni del primo cavaliere. Gli scudieri dei due cavalieri, che portavano gli scudi e le insegne.
Lo scudiero del cavaliere più importante. Un centinaio di gentiluomini che portavano un’enorme spada, e parevano venir meno sotto il suo peso. Il cavaliere in persona, su un destriero sauro, armato di tutto punto, con la lancia in resta e il viso completamente nascosto dalla visiera, sormontata da un gran pennacchio di piume nere e scarlatte. Cinquanta guardie a piedi con tamburi e trombe chiudevano il corteo, che piegava a destra e a sinistra per lasciare il passo al primo cavaliere.
Quando fu arrivato alla porta, questi si fermò, e l’araldo,
facendosi avanti, lesse di nuovo la sfida. Lo sguardo di Manfred era
fisso sulla spada gigantesca, ed egli pareva quasi non badare alla dichiarazione
di sfida; ma presto la sua attenzione fu sviata da una tempesta di vento
che si innalzò dietro di lui. Si girò, e scorse le piume
dell’elmo incantato agitarsi con lo stesso straordinario movimento
di prima. Era necessario il coraggio di Manfred per non venir meno davanti
a un concorso di circostanze che sembravano annunciare il suo destino.
Ma poiché sdegnava di mancare, in presenza di stranieri, del
coraggio che aveva sempre dimostrato, disse audacemente:
— Signor cavaliere, chiunque voi siate, vi do il benvenuto. Se siete
creatura mortale, il vostro valore incontrerà il suo uguale; e
se siete un vero cavaliere, sdegnerete di impiegare la stregoneria per
raggiungere il vostro scopo. Che questi presagi vengano dal Cielo o dall’inferno,
Manfred confida nella giustizia della Sua causa e nell’aiuto di
San Nicola, che ha sempre protetto la sua casata. Smontate, signor cavaliere,
e riposatevi. Domani avrete grande battaglia, e il Cielo aiuti chi è nel
giusto.
Il cavaliere non rispose e, smontato da cavallo, venne guidato da Manfred
nella sala grande del castello. Mentre attraversavano il cortile, il
cavaliere si fermò a fissare l’elmo miracoloso; e, inginocchiatosi,
sembrò pregare tra sé per qualche minuto. Poi si alzò,
e fece segno al principe di precederlo. Non appena furono entrati nella
sala, Manfred propose allo straniero di spogliarsi delle armi; ma il
cavaliere scosse il capo in segno di diniego.
— Signor cavaliere — disse Manfred, — questo non è cortese;
ma, sul mio onore, non vi obbligherò! Né avrete motivo
di lamentarvi del principe di Otranto. Da parte mia non ho in mente nessun
tradimento: spero che anche voi non ne tramiate alcuno. Ecco, prendete
il mio pegno — (e
gli diede il proprio anello); — voi ed i vostri amici godrete delle
leggi dell’ospitalità. Rimanete pure qui finché non
saranno portati i rinfreschi: io darò gli ordini per far alloggiare
il vostro seguito, e tornerò da voi.
I tre cavalieri chinarono il capo, facendo segno di accettare la cortesia. Manfred diede disposizioni perché il seguito dello straniero venisse portato a un vicino alloggio, costruito dalla principessa Hippolita per accogliere i pellegrini. Mentre facevano il giro del cortile per ritornare verso il cancello, la spada gigantesca schizzò dalle mani di coloro che la portavano e, ricadendo sul terreno di fronte all’elmo, vi rimase inamovibile. Manfred, ormai quasi abituato ai fenomeni soprannaturali, superò l’emozione di questo nuovo prodigio; e ritornato nella sala, dove era pronto il banchetto, invitò i suoi silenziosi ospiti a prendere posto.
Manfred, per quanto in quei momenti il suo animo fosse tormentato, cercò di
infondere allegria ai commensali. Rivolse loro diverse domande, ma in
risposta ebbe solo dei cenni. Alzavano le proprie visiere solo quanto
bastava per poter mangiare, e anche questo in modo frugale.
— Signori — disse il principe, — voi siete i primi ospiti,
che abbia mai intrattenuto entro queste mura, che abbiano sdegnato perfino
di parlare con me; eppure non penso sia spesso abitudine dei principi
mettere a repentaglio il proprio Stato o la propria dignità di fronte
a degli stranieri per giunta muti. Voi dite di venire in nome di Federico di
Vicenza; io ho sempre sentito dire che era un cavaliere prode e cortese; egli,
oso affermare, non avrebbe ritenuto indegno di sé intrattenersi a conversare
con un principe che è suo uguale, e le cui gesta non sono ignote. Tacete
ancora... Bene! Sia come dev’essere... Secondo le leggi dell’ospitalità e
della cavalleria voi siete i padroni sotto questo tetto: farete quel
che vorrete. Ma andiamo, datemi una coppa di vino; non rifiuterete di
brindare con me alla salute delle vostre belle dame.
Il primo cavaliere sospirò e si fece il segno della croce, e
stava per alzarsi da tavola.
— Signor cavaliere — disse Manfred, — quel che ho detto
era soltanto uno scherzo: non vi obbligherò a niente; comportatevi
come più vi piace. E dato che non siete in vena di allegria, vuol dire
che saremo tristi. Forse gli affari vi andranno più a genio; ritiriamoci;
ed ascoltate se quel che vi devo rivelare può esservi più gradito
dei vani sforzi che ho fatto per intrattenervi.
Quindi Manfred, guidati i tre cavalieri in una camera interna, chiuse
la porta e, invitatili a sedere, si rivolse con queste parole al primo
cavaliere:
— Voi venite, signor cavaliere, da quel che ho capito, in nome del
marchese di Vicenza, per richiedere donna Isabella, sua figlia, che è stata
promessa a mio figlio davanti alla santa Chiesa, con il consenso dei suoi tutori
legittimi; e per esigere da me che rinunci ai miei domini in favore del vostro
signore, che si proclama il consanguineo più stretto del principe Alfonso,
Dio conceda riposo alla sua anima! Risponderò per prima alla seconda
parte delle vostre richieste. Dovete sapere, e il vostro signore lo sa, che
io godo del principato di Otranto in quanto erede di mio padre Don Manuel,
che a sua volta lo ricevette da suo padre Don Ricardo. Alfonso, il loro predecessore,
morendo senza figli in Terra Santa, lasciò in eredità i suoi
possedimenti a mio nonno Don Ricardo, in considerazione dei suoi fedeli servigi — (lo
straniero scosse il capo). — Signor cavaliere — riprese Manfred
accalorandosi, — Ricardo era un uomo valoroso e retto; era un uomo pio;
ne è prova la munifica fondazione della chiesa adiacente e dei due conventi.
Era protetto da San Nicola... Mio nonno era incapace... Voglio dire, Don Ricardo
era incapace...
Scusatemi, la vostra interruzione mi ha turbato: io venero la memoria di mio nonno. Ebbene, signori! Egli conservò questi domini; li conservò con la sua valente spada, e con il favore di San Nicola; così fece mio padre; e così, signori, farò io, qualunque cosa succeda. Ma Federico, vostro signore, è il parente più stretto... Io ho acconsentito a sottoporre il mio titolo al giudizio della spada: questo fa forse pensare a un titolo illecito? Avrei potuto chiedervi: dov’è Federico, il vostro signore? Voci lo vogliono morto in prigionia. Voi dite, con il vostro modo di agire, che egli vive... Non lo metto in dubbio: potrei, signori, potrei... Ma non lo faccio. Altri principi imporrebbero a Federico di prendersi con forza la sua eredità, se ci riesce: non metterebbero a repentaglio la loro dignità in un duello; non si sottometterebbero alle decisioni di uomini muti e sconosciuti!
Perdonatemi, signori, sono troppo impetuoso; ma mettetevi al mio posto: poiché siete cavalieri valorosi, non ecciterebbe la vostra collera vedere messo in dubbio il vostro onore e quello dei vostri antenati? Ma veniamo al punto. Voi mi chiedete di consegnarvi donna Isabella: signori, devo chiedervi, siete autorizzati a riceverla? — (il cavaliere annuì). — Sì... — continuò Manfred; — bene! Siete autorizzati a riceverla... Ma, gentile cavaliere, posso chiedere se avete pieni poteri? — (il cavaliere annuì). — Sta bene — disse Manfred; — allora ascoltate quel che ho da dirvi. Voi vedete davanti a voi, signori, il più infelice degli uomini! — (incominciò a piangere). — Accordatemi la vostra pietà; ne ho diritto: ne ho diritto davvero. Sappiate che ho perduto la mia unica speranza, la mia gioia, il sostegno della mia casata: Corrado è morto ieri mattina — (i cavalieri mostrarono segni di sorpresa). — Sì, signori, il destino si è preso mio figlio. Isabella è libera.
— Restituitela, allora — esclamò il primo cavaliere
rompendo il silenzio.
— Concedetemi la vostra pazienza — disse Manfred. — Sono
felice di constatare, da questa testimonianza della vostra buona volontà,
che la faccenda si può sistemare senza spargere sangue. Non è il
mio interesse che detta quel poco che ho ancora da dirvi. Voi vedete
in me un uomo disgustato del mondo: la perdita di mio figlio mi ha fatto
abbandonare ogni cura terrena. Il potere e la gloria non hanno più nessun
fascino ai miei occhi. Volevo trasmettere a mio figlio lo scettro che
ho ricevuto con onore dai miei antenati... Ma tutto è finito!
La vita stessa mi è così indifferente
che ho accettato la vostra sfida con gioia: un buon cavaliere non può andare
alla tomba con maggior soddisfazione che cadendo nel seguire la propria
vocazione. Qualunque sia la volontà del Cielo, io la accetto,
poiché, ahimè!
Signori, io sono un uomo oppresso da molte disgrazie. Manfred non è da
invidiare... Ma senza dubbio voi conoscete la mia storia. (Il cavaliere
fece segno di no e sembrò curioso che Manfred continuasse).
— È possibile, signori — continuò il principe, — che la mia storia sia un segreto per voi? Non avete sentito niente su di me e sulla principessa Hippolita? — (gli altri scossero il capo). — No! E allora, signori, ascoltate. Voi mi credete ambizioso: l’ambizione, ahimè, è di ben più dura lega. Se io fossi ambizioso, non sarei stato per tanti anni preda dell’infernale tormento degli scrupoli di coscienza... Ma io metto a dura prova la vostra pazienza: sarò breve. Sappiate dunque che da molto tempo il mio animo è tormentato per la mia unione con la principessa Hippolita. Oh, signori, se voi conosceste quella donna eccellente! Se voi sapeste che l’adoro come mia signora, e l’ho cara come un’amica... Ma l’uomo non è nato per la perfetta felicità! Lei condivide i miei scrupoli, e con il suo consenso ho sottoposto questa faccenda alla Chiesa, poiché il grado di parentela che ci lega proibisce il matrimonio. Aspetto da un momento all’altro la sentenza definitiva che dovrà separarci per sempre. Sono certo che avete pietà di me... Lo vedo. Perdonate queste lacrime!
I cavalieri si guardavano l’un l’altro, chiedendosi dove
avrebbe portato tutto questo. Manfred continuò:
— Poiché la morte di mio figlio è avvenuta mentre
il mio animo era in ansia per questo motivo, non ho pensato a nient’altro
che a rinunciare ai miei domini, e a sottrarmi per sempre alla vista degli
uomini. La mia sola difficoltà era nominare un successore che amasse
la mia gente, e provvedere a donna Isabella, che mi è cara come se
fosse del mio stesso sangue. Volevo ripristinare la linea di successione di
Alfonso, anche nei suoi congiunti più lontani; e benché, perdonatemi,
io sia convinto che era sua volontà che la discendenza di Ricardo prendesse
il posto dei suoi stessi parenti, dove tuttavia dovevo cercare quei parenti?
Non conoscevo nessuno tranne Federico, il vostro signore: egli era prigioniero
degli infedeli, o morto! E se anche fosse stato vivo, e si fosse trovato a
casa propria, avrebbe lasciato il fiorente Stato di Vicenza, per il trascurabile
principato di Otranto? E se non l’avesse fatto, potevo forse sopportare
il pensiero di vedere un duro e insensibile viceré preposto al mio povero
popolo fedele? Perché, signori, io amo la mia gente e, grazie al Cielo,
essi mi ricambiano. Ma voi vi chiederete, a cosa mira questo lungo discorso?
In breve, allora, signori, ascoltate. Il Cielo sembra indicare un rimedio a
queste difficoltà e alle mie disgrazie.
Donna Isabella è libera;
presto lo sarò anch’io. Accetterei qualsiasi cosa per il bene
della mia gente... Non sarebbe il migliore, l’unico modo di estinguere
la contesa tra le nostre famiglie, se io prendessi in moglie donna Isabella?
Voi trasalite... Ma anche se le virtù di Hippolita mi saranno sempre
care, un principe non deve pensare a se stesso; egli è nato per
il suo popolo.
In quel momento entrò nella stanza un servitore, e informò Manfred
che Jerome e altri suoi confratelli chiedevano di essere ammessi immediatamente
alla sua presenza.
Il principe, irritato per questa interruzione, e timoroso che il frate rivelasse agli stranieri che Isabella aveva chiesto asilo, stava per proibire l’ingresso a Jerome. Ma ricordò che l’altro veniva a informarlo del ritorno della principessa, e cominciò quindi a porgere ai cavalieri le proprie scuse, perché doveva lasciarli un momento: proprio allora però fu interrotto dall’arrivo dei frati. Manfred li rimproverò con ira per la loro intrusione, e voleva di nuovo costringerli a uscire dalla stanza, ma Jerome era troppo agitato per lasciarsi respingere. Annunciò ad alta voce la fuga di Isabella, protestando la propria innocenza.
Manfred, sconvolto per questa notizia, e perché ne venivano a conoscenza gli stranieri, non pronunciò che frasi incoerenti, ora rimproverando il frate, ora scusandosi con i cavalieri, ansioso di sapere che ne era stato di Isabella, ma ugualmente preoccupato che lo sapessero gli altri, impaziente di inseguirla, ma timoroso che i cavalieri si unissero alla ricerca. Propose di inviare dei messaggeri sulle sue tracce, ma il primo cavaliere, senza tacere più a lungo, rimproverò aspramente Manfred per il sua oscuro e ambiguo comportamento, e chiese la causa del primo allontanamento di Isabella dal castello.
Manfred, lanciando a Jerome un’occhiata severa, con cui gli imponeva il silenzio, pretese di averla sistemata nel convento alla morte di Corrado, finché egli non avesse deciso come provvedere a lei. Jerome, che tremava per la vita del figlio, non osò contraddire questa menzogna; ma un frate, che non provava la stessa ansia, dichiarò francamente che era fuggita fino alla loro chiesa la notte precedente. Il principe cercò inutilmente di impedire questa rivelazione, e fu quindi sopraffatto dalla vergogna e dalla confusione.
Il primo straniero, stupito per le contraddittorie notizie che sentiva,
e ormai quasi convinto che Manfred avesse segregato la principessa, nonostante
la preoccupazione che esprimeva per la fuga di lei, precipitandosi alla
porta disse:
— Oh, principe traditore! Troverò Isabella.
Manfred provò a trattenerlo, ma gli altri cavalieri aiutarono
il compagno, che si liberò quindi del principe e corse nel cortile,
chiamando i suoi fedeli. Manfred, vedendo che era inutile cercare di
distoglierlo da quella ricerca, si offrì di accompagnarlo; chiamati
i suoi a raccolta, e presi come guida Jerome e alcuni frati, uscì con
loro dal castello; ma di nascosto ordinò di segregare il seguito
del cavaliere, mentre con lui fingeva di mandare un messaggero a chiedere
il loro aiuto.
La compagnia aveva appena lasciato il castello quando Matilda, che dal
momento in cui l’aveva visto condannare a morte nella sala provava
un vivo interessamento per il giovane contadino, e che aveva continuato
ad arrovellarsi per trovare il modo di salvarlo, seppe da alcune damigelle
che Manfred aveva sguinzagliato tutti i suoi uomini alla ricerca di Isabella.
Il principe, nella fretta, aveva impartito l’ordine in generale: non intendeva estenderlo a coloro che aveva posto a guardia di Teodoro, ma aveva dimenticato di precisarlo. I domestici, abituati a obbedire ad un principe così autoritario, e spinti dalla loro stessa curiosità e dall’amore per le novità a unirsi a qualsiasi caccia emozionante, avevano tutti lasciato il castello. Matilda si liberò delle sue damigelle, salì di nascosto alla torre nera e, aperta la porta, si presentò allo stupefatto Teodoro.
— Giovane — disse, — benché il dovere filiale
e la modestia femminile condannino il passo che faccio, tuttavia la carità cristiana,
che vince tutti gli altri vincoli, giustifica il mio atto. Fuggite: le
porte della vostra prigione sono aperte; mio padre e i suoi domestici
sono assenti, ma possono tornare presto; mettetevi in salvo, e gli angeli
del Cielo possano guidare il vostro cammino!
— Voi siete sicuramente uno di quegli angeli! — disse Teodoro,
rapito. — Nessuno, se non una santa benedetta, potrebbe parlare,
potrebbe agire come voi, o avere il vostro aspetto! Non posso conoscere
il nome della mia divina protettrice? Mi sembra che abbiate detto vostro
padre: è possibile?
Il sangue di Manfred può provare pietà cristiana? Bella
dama, voi non rispondete... Ma come mai proprio voi siete qui? Perché avete
trascurato la vostra stessa salvezza per dedicare un pensiero a uno sventurato
come Teodoro? Fuggiamo insieme: la vita che voi mi donate la consacrerò alla
vostra difesa.
— Ahimè! Vi sbagliate — disse Matilda sospirando: — sono
la figlia di Manfred, ma nessun pericolo mi minaccia.
— Quale sorpresa! — esclamò Teodoro. — Ma la scorsa
notte io benedissi me stesso perché potevo rendervi il servizio che
la vostra dolce pietà ricambia ora così caritatevolmente.
— Siete nuovamente in errore — disse la principessa, — ma
non è il momento delle spiegazioni. Fuggite, giovane virtuoso, mentre è in
mio potere salvarvi: se mio padre tornasse, voi e io avremmo davvero
motivo di tremare.
— Come? — disse Teodoro. — Pensate forse, affascinante
fanciulla, che accetterei di vivere, se questo comportasse il rischio
di nuocervi? Preferirei sopportare mille morti...
— Non corro nessun rischio — disse Matilda, — se non
per il vostro indugiare. Andate: non si potrà scoprire che ho
favorito la vostra fuga.
— Giurate in nome dei santi lassù — disse Teodoro — che
non potete essere sospettata; altrimenti giuro che aspetterò qui
qualsiasi cosa possa capitarmi.
— Oh, voi siete troppo generoso — disse Matilda; — ma
siate certo che non può cadere su di me nessun sospetto.
— Datemi la vostra bella mano come prova che non mi ingannate — disse
Teodoro; — e lasciate che la bagni con le calde lacrime della gratitudine.
— Fermatevi — disse la principessa; — non dovete...
— Ahimè! — esclamò Teodoro. — Fino a
questo momento non ho conosciuto altro che sventure...
Forse non incontrerò mai
più la fortuna: accettate il casto rapimento di una gratitudine pura: è la
mia anima che vuole imprimere sulla vostra mano il segno della sua commozione.
— Non fatelo, e andate — disse Matilda; — approverebbe
forse Isabella di vedervi ai miei piedi?
— Chi è Isabella? — chiese il giovane, sorpreso.
— Ah, povera me! Temo — disse la principessa — di aiutare
chi mi inganna! Avete dimenticato la vostra curiosità di stamattina?
— I vostri sguardi, le vostre azioni, tutta la vostra bellezza,
sembrano una emanazione della divinità — disse Teodoro, — ma
le vostre parole sono oscure e misteriose. Parlate, signora, parlate
in modo che il vostro servo vi capisca.
— Capite fin troppo bene — disse Matilda; — ma ancora
una volta vi ordino di andare: il vostro sangue, che posso risparmiare, ricadrà sulla
mia testa se perdo tempo in chiacchiere inutili.
— Vado, signora — disse Teodoro, — poiché lo
volete, e perché non voglio portare alla tomba con un simile dolore
il capo grigio di mio padre. Ditemi solo, amabile dama, che godo della vostra
gentile pietà.
— Aspettate — disse Matilda; — vi accompagnerò al
passaggio sotterraneo da cui è fuggita Isabella; vi porterà alla
chiesa di San Nicola, dove potrete chiedere asilo.
— Come! — esclamò Teodoro. — Era un’altra,
e non voi, dama adorabile, quella che aiutai a trovare il passaggio sotterraneo?
— Sì — rispose Matilda; — ma non chiedete di
più; tremo a vedervi indugiare ancora qui: fuggite alla chiesa.
— Alla chiesa! — disse Teodoro. — No, principessa, le
chiese sono per le damigelle indifese, o per i criminali. L’anima di
Teodoro è pura dalla colpa, né vorrà assumerne le sembianze.
Datemi una spada, signora, e vostro padre imparerà che Teodoro
disdegna una fuga ignominiosa.
— Giovane avventato! — esclamò Matilda. — Oserete
forse alzare il vostro braccio temerario contro il principe di Otranto?
— Non contro vostro padre; davvero non oserei — rispose Teodoro. — Scusatemi,
signora, avevo dimenticato... Ma come posso guardarvi, e ricordare che
siete figlia del tiranno Manfred? Tuttavia è vostro padre, e da questo
momento le offese contro di me sono seppellite nell’oblio.
Un lamento cupo, che pareva venire dall’alto, fece trasalire la
principessa.
Rimasero in attesa; ma poiché non sentirono altro rumore, conclusero
tutti e due che fosse l’effetto di vapori compressi; e la principessa,
precedendo pian piano Teodoro, lo portò alla sala d’armi
del padre, dove lo equipaggiò di un’armatura completa e
lo guidò quindi alla porta posteriore.
— Evitate la città — disse la principessa, — e
tutto il lato occidentale del castello: sicuramente è là che
Manfred e gli stranieri compiono le loro ricerche; correte invece dalla parte
opposta. Laggiù, ad est, oltre di quella foresta, c’è una
catena di rocce, scavate in un labirinto di caverne che raggiungono la costa
del mare. Là potrete restare nascosto, finché non riuscirete
a far segno a qualche veliero perché venga a riva e vi porti via.
Andate! Il Cielo vi guidi! E qualche volta nelle vostre preghiere, ricordatevi...
di Matilda!
Teodoro cadde ai suoi piedi, e le prese la mano bianca come un giglio;
dopo aver cercato di sottrargliela, Matilda lasciò infine che
egli la baciasse; Teodoro giurò di farsi nominare cavaliere alla
prima occasione, e le chiese con ardore il permesso di giurare che sarebbe
stato per sempre il suo cavaliere. Prima che la principessa potesse rispondere,
si sentì all’improvviso un fragore di tuono, che scosse
i bastioni. Teodoro, per niente preoccupato, avrebbe voluto insistere
nella sua richiesta; ma la principessa, spaventata, si ritirò in
fretta nel castello, e con un tono al quale era impossibile disobbedire,
ordinò al giovane di fuggire. Egli sospirò e si ritirò,
ma restò con gli occhi fissi alla porta finché Matilda,
chiudendola, mise fine a un colloquio in cui i cuori di entrambi avevano
bevuto fino in fondo il calice di una passione che tutti e due gustavano
ora per la prima volta.
Teodoro si avviò pensieroso verso il convento, per informare il
padre della sua liberazione. Lì seppe dell’assenza di Jerome
e delle ricerche che si stavano facendo di Isabella, con alcuni particolari
della storia di lei, dei quali era ora informato per la prima volta.
Il generoso spirito cavalleresco della sua natura fece nascere in lui
il desiderio di correre in suo aiuto; ma i monaci non poterono aiutarlo
a indovinare la strada che lei aveva preso. Teodoro non si sentì tentato
di allontanarsi per cercarla, poiché l’idea di Matilda
si era impressa con tanta forza nel suo cuore, che non poteva sopportare
di trovarsi a molta distanza dalla sua casa. L’affetto che Jerome
gli aveva dimostrato contribuì a rafforzare questa riluttanza;
e lui si convinse persino che l’affetto filiale era il motivo principale
del suo aggirarsi tra il castello ed il monastero. Il giovane decise
quindi di rifugiarsi nella foresta che Matilda gli aveva indicato fino
a sera, quando sarebbe tornato Jerome.
Arrivato lì cercò le ombre più scure, poiché erano più adatte alla dolce malinconia che regnava nel suo cuore. Ed in questo stato d’animo, senza accorgersene, arrivò fino alle caverne che una volta servivano da rifugio agli eremiti, e che ora, si diceva nella zona, erano infestate dagli spiriti maligni. Egli ricordò di aver sentito questa leggenda; e poiché si sentiva pieno di coraggio e desideroso di avventure, soddisfece volentieri la propria curiosità, esplorando i segreti recessi di quel labirinto. Non vi era penetrato da molto tempo, quando gli sembrò di sentire i passi di qualcuno che sembrava fuggire davanti a lui. Teodoro, fermamente convinto di tutto quello che la nostra santa fede ci ingiunge di credere, non temeva che gli uomini buoni venissero abbandonati senza motivo alla malizia dei poteri delle tenebre.
Pensò più probabile che il posto fosse infestato dai briganti, piuttosto che da quegli esseri infernali che si dice disturbino e spaventino i viaggiatori. Da tempo bruciava dall’impazienza di mettere alla prova il suo valore. Sfoderata la spada, avanzò con calma, volgendo sempre i suoi passi nella direzione che gli indicava l’incerto fruscio davanti a lui. L’armatura che indossava costituiva ugualmente un segnale per chi lo evitava.
Teodoro, ora convinto di non sbagliarsi, affrettò il passo, e guadagnò quindi terreno sulla persona che fuggiva; quest’ultima si mise a correre, ma Teodoro la raggiunse: allora davanti a lui cadde, senza fiato, una donna. Si affrettò a sollevarla; ma il terrore di lei era tale che egli si rese conto che sarebbe svenuta tra le sue braccia. Adoperò tutte le parole più gentili per dissipare la sua paura, e le assicurò che, ben lungi dall’offenderla, egli l’avrebbe difesa a rischio della vita.
La dama, facendosi animo davanti a questo cortese comportamento, osservò il
suo protettore, e disse:
— Sono certa di aver già sentito questa voce.
— Che io sappia, no — replicò Teodoro; — a meno
che, come credo, voi non siate Isabella.
— Cielo misericordioso! — gridò lei. — Non siete
stato inviato in mia ricerca, non è vero?
E dicendo queste parole, si gettò ai suoi piedi, e lo implorò di
non consegnarla a Manfred.
— A Manfred! — esclamò Teodoro. — No, signora:
già una volta vi ho salvata dalla sua impudenza.
— È possibile — disse lei — che voi siate il
generoso sconosciuto che incontrai la scorsa notte nel sotterraneo del
castello? Certo voi non siete un mortale, ma il mio angelo custode: lasciate
che vi ringrazi in ginocchio...
— No, gentile principessa — disse Teodoro, — non vi umiliate
davanti ad un giovane povero e solo. Se il Cielo mi ha scelto per salvarvi,
porterà a termine la sua opera, e darà forza al mio braccio in
nome della vostra causa. Ma andiamo, signora, siamo troppo vicini all’entrata
della caverna; cerchiamo i suoi più segreti recessi: non potrò sentirmi
tranquillo finché non vi avrò condotto fuori pericolo.
— Ahimè! Cosa intendete, signore? — disse lei. — Benché tutte
le vostre azioni siano nobili, benché i vostri sentimenti esprimano
chiaramente la purezza del vostro animo, è forse conveniente che io
vi accompagni da sola in questo segreto labirinto? Se ci trovassero insieme,
che penserebbe il mondo, così pronto a criticare, della mia condotta?
— Rispetto la vostra virtù e sensibilità — disse
Teodoro; — né dovete avere un solo sospetto che intacchi
il mio onore. Intendevo condurvi nelle cavità più segrete
di queste rocce; e quindi, a rischio della mia vita, difendere l’entrata
contro ogni essere vivente. Inoltre, signora — continuò,
sospirando profondamente, — per
quanto la vostra persona sia bella e perfetta in ogni particolare, e
benché i
miei desideri non siano senza macchia nelle loro aspirazioni, sappiate
che la mia anima è dedicata a un’altra; e benché...
Un rumore improvviso impedì a Teodoro di continuare. Presto
sentirono gridare:
— Isabella! Ehi! Isabella.
La principessa, tremante, fu di nuovo preda del suo disperato terrore.
Teodoro cercò di farle coraggio, ma inutilmente.
Le assicurò che avrebbe preferito morire piuttosto di accettare
di rivederla in potere di Manfred; e pregandola di restare nascosta,
si fece avanti per impedire a chi la cercava di avvicinarsi.
All’entrata della caverna trovò un cavaliere in armi che
parlava con un contadino, che gli assicurava di aver visto una dama farsi
strada nelle fessure della roccia. Il cavaliere si accingeva a cercarla,
quando Teodoro gli si presentò davanti con la spada sguainata,
e gli proibì severamente di avanzare, se non a suo rischio e pericolo.
— E chi siete voi che osate attraversarmi la strada? — disse
il cavaliere con superbia.
— Sono uno che non osa più di quanto è in grado di fare — rispose
Teodoro.
— Io cerco Isabella — disse il cavaliere; — ed ho saputo
che ha trovato riparo tra queste rocce. Non ostacolatemi, o vi pentirete
di aver provocato la mia ira.
— Il vostro fine è odioso quanto è spregevole la
vostra ira — disse Teodoro. — Tornate da dove siete venuto,
od imparerete presto quale ira è più tremenda.
Lo straniero, che era il primo cavaliere inviato dal marchese di Vicenza, si era allontanato al galoppo da Manfred, mentre questi era impegnato a chiedere notizie della principessa, e a impartire ordini per impedire che cadesse nelle mani dei tre cavalieri. Il loro capo sospettava già che Manfred conoscesse il nascondiglio della principessa; e quell’insulto da parte di un uomo che pensò fosse stato messo di guardia dal principe per tenerla segregata, confermò i suoi sospetti: quindi non rispose, e colpendo Teodoro con un fendente avrebbe presto eliminato ogni ostacolo se Teodoro, che a sua volta lo aveva preso per uno dei luogotenenti di Manfred, e mentre lanciava la sua sfida già si preparava a sostenerla, non avesse parato il colpo con lo scudo.
L’ardire che da tanto tempo aveva soffocato in petto esplose fulmineo: egli si lanciò impetuosamente sul cavaliere, l’orgoglio e l’ira del quale erano incentivi non meno potenti a gesta intrepide. Il duello fu furibondo, ma non lungo. Teodoro ferì il cavaliere in tre punti diversi, e infine lo disarmò, mentre quegli sveniva per la perdita di sangue. Il contadino, che era fuggito al primo assalto, aveva dato l’allarme ad alcuni servi di Manfred, che dietro suo ordine si erano sparsi per la foresta alla ricerca di Isabella. Essi arrivarono mentre il cavaliere cadeva, e presto scoprirono che era il nobile straniero.
Teodoro, nonostante il suo odio per Manfred, non riusciva a gioire della vittoria che aveva ottenuto senza provare sentimenti di pietà e generosità: ma fu più commosso, quando venne a conoscenza dell’identità dell’avversario, e seppe che non era un seguace, ma un nemico di Manfred. Aiutò i servitori del principe a disarmare il cavaliere, e a cercare di fermare il sangue che scorreva dalle sue ferite.
Il cavaliere, ritrovando la parola, disse con voce flebile e incerta:
— Generoso nemico, tutti e due abbiamo sbagliato: io vi ho scambiato
per uno strumento del tiranno; capisco che voi avete compiuto lo stesso errore. È troppo
tardi per le scuse... Svengo. Se Isabella è vicina, chiamatela...
Ho segreti importanti da...
— Sta morendo! — disse uno di quelli che l’assistevano. — Nessuno
ha con sé un crocifisso? Andrea, prega tu per lui.
— Andate a prendere dell’acqua — disse Teodoro, — e
versategliela in gola, mentre io corro dalla principessa.
Detto ciò corse da Isabella; e in poche parole le disse umilmente
che era stato così sfortunato da ferire per errore un gentiluomo
della Corte di suo padre, che prima di morire desiderava rivelarle cose
per lei molto importanti. La principessa, che aveva provato una profonda
gioia nel sentire la voce di Teodoro che le gridava di uscire, fu stupita
da quello che sentì. Lasciandosi guidare da Teodoro, la cui nuova
prova di valore dava coraggio al suo cuore smarrito, si recò dove
il cavaliere sanguinante giaceva muto sul terreno; ma tornò a
spaventarsi quando vide i servi di Manfred.
Sarebbe fuggita di nuovo, se Teodoro non le avesse fatto osservare che
erano disarmati, e non li avesse minacciati di morte immediata, se avessero
osato impadronirsi della principessa.
Lo straniero, aprendo gli occhi e vedendo una donna, disse:
— Siete... Vi prego, ditemi la verità... Siete Isabella di
Vicenza?
— Sì — disse lei; — che il Cielo vi aiuti!
— Allora tu... Allora tu... — disse il cavaliere sforzandosi
di parlare. — Vedi... Tuo padre! Dammi un...
— Oh, che meraviglia! Che orrore! Cosa sento? Cosa vedo? — gridò Isabella. — Mio
padre! Voi, mio padre! Come siete arrivato qui, signore? Per amor del Cielo,
parlate! Oh, correte a chiedere aiuto, o morrà!
— È verissimo — disse il cavaliere ferito, facendo
appello a tutte le sue forze; — sono Federico, tuo padre... Sì,
sono venuto a salvarti... Ma non sarà così... Dammi un bacio
d’addio, e prendi...
— Signore — disse Teodoro, — non stancatevi; lasciate
che vi portiamo al castello.
— Al castello! — esclamò Isabella. — Non c’è un
rifugio più vicino al castello? Volete esporre mio padre all’ira
del tiranno? Se si reca là, non oserò accompagnarlo. Eppure
come posso lasciarlo?
— Bambina mia — disse Federico, — non mi importa dove
mi porteranno: tra pochi minuti sarò al di là di ogni
pericolo; ma finché i miei occhi possono ancora adorarti, non
mi abbandonare, cara Isabella! Questo coraggioso cavaliere (non so chi
egli sia) veglierà sulla
tua innocenza. Signore, voi non abbandonerete mia figlia, vero?
Teodoro, in lacrime sulla sua vittima, giurò di difendere la principessa a costo della vita, e convinse Federico a lasciarsi portare al castello. Dopo aver bendato le sue ferite meglio che poterono, lo misero sul cavallo di un servo. Teodoro avanzava al suo fianco; e Isabella, disperata, ma incapace di lasciarlo, li seguiva tristemente.